Natale è uno dei periodi dell’anno in cui l’accessibilità negata è parte stabile delle nostre città. I negozi sono pieni, i locali affollati e ogni piazza ospita eventi che, in teoria, dovrebbero essere vissuti da tutti ma, in pratica, non lo sono. In questi spazi colorati e fiabeschi tutto si muove tranne le persone con disabilità che spesso restano ai margini, immobili e dimenticate. E questo accade ogni anno e in ogni città e nessuno ci fa caso perché ormai “è così”.

Anche per le persone con disabilità è scontato mettere in conto che la libertà di movimento non è un diritto di tutti. Entrare in un negozio, sedersi a un tavolo, attraversare un centro storico senza ostacoli, sono diritti tutt’altro che garantiti. E il fatto che questa esclusione non provochi indignazione è parte del problema. E, così, mentre i politici si accapigliano per la rimozione di un presepe perché discrimina e non include, nessuno muove un dito per abbattere le barriere architettoniche.

Eppure, in Italia l’accessibilità non è un tema privo di norme. Esistono leggi, regolamenti, obblighi precisi. A mancare non è il quadro giuridico, ma la volontà di applicarlo. Le barriere persistono per abitudine e disinteresse. Sono diventate parte del paesaggio urbano, accettate come un fastidio inevitabile, anche nei luoghi dove il commercio prospera e la socialità si intensifica. Proprio in questo periodo questa discriminazione vera e dolorosa appare più evidente. I centri storici si riempiono, le vetrine invitano a entrare, ma una parte consistente dei negozi e dei locali resta inaccessibile. Così, la partecipazione diventa condizionata, affidata alla buona volontà di qualcuno o all’improvvisazione del momento.