Per commerciare con il Messico, i veneziani si collegano a due mercanti genovesi e finanziano il viaggio di un giovane milanese, Paolo Brun, con l'incarico di gestire il negozio. Nel marzo 1542, a un anno dalla partenza da Venezia, Brun e le merci sbarcano a Veracruz da dove proseguono via terra per Città del Messico. Si tratta di sei tonnellate di oggetti che vengono registrati dalla dogana e quindi sappiamo esattamente cosa sia arrivato: 1250 pezzi di vetro di Murano, 19 pezze di seta di vari colori, 84 specchi grandi e piccoli, 60 maschere con molte facce, 100 paia di occhiali, 16 palle di vetro con dentro fiori di seta e di cera, 384 palle di sapone per lavarsi le mani, 11 cassette con 2500 pezzi di conterie di diverso tipo, oltre a molte altre cose. Alcuni articoli si danneggiano durante il viaggio: la metà delle maschere di cuoio o di cartapesta è definita ormai buona solo come «cibo per insetti». Quelle rimaste non vengono però apprezzate, mentre si vendono bene gli specchi, i vetri di Murano, gli accessori da abbigliamento femminile e le sete.

I compratori sono mercanti (evidentemente per rivendere gli oggetti altrove), maggiorenti locali e il viceré don Antonio de Mendoza. I soci avevano dato indicazioni a Brun di piazzare le merci anche agli indigeni messicani, facendo frequentare la bottega da un frate domenicano che aveva relazioni con i nativi e parlava la loro lingua. La cosa però non funziona: solo pochi indios si avventurano a comprare specialità veneziane, giusto qualche pietra contraffatta a imitazione dei diamanti.