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23 DICEMBRE 2025

Ultimo aggiornamento: 7:05

Il bilancio di assoluto nullismo dei tre anni dell’attuale esecutivo, guidato da una sguaiata venditrice di fumo, precipita il campo opposto (che un minimo di pudore intellettuale recalcitra all’idea di definirlo “Sinistra”) nel disorientamento. L’abituale, permanente, crisi di identità. Ma come? L’aureo manuale “Sfangarsela in politica, da Massimo D’Alema a Matteo Renzi” prevede esplicitamente il rapporto inversamente proporzionale tra la tenuta di una compagine governativa e il mancato mantenimento delle promesse elettorali. Eppure, a fronte di un computo clamorosamente fallimentare già sul piano socio-economico (crescita delle diseguaglianze e proletarizzazione crescente delle famiglie, disoccupazione giovanile montante a fronte di un declino industriale inarrestabile, sbaraccamento del Sistema Sanitario Nazionale nella più generale anemizzazione dello Stato Sociale, e via andare), i sondaggi continuano a registrare ranking in crescita per Giorgia Meloni e il suo squinternato team.

Dunque, il mistero di un andamento del consenso a dir poco inspiegabile per gli affranti consigliori di parte avversa, le cui ricette mi appaiono un’accozzaglia di banalità: dallo Stefano Feltri, che suggerirebbe di inchiodare la premier alla sua palese incompetenza in materia di flussi finanziari (orrore: “ignora cos’è lo spread”. Come la stragrande maggioranza dei non bocconiani), ai geometri del campo largo, che ne fanno una questione di mancato coordinamento organizzativo del carro di Tespi chiamato opposizione (il vecchio luogo comune del “uniti si vince”, nel gioco politico dove uno più uno fa uno e mezzo. Mai due). Argomenti elusivi delle ragioni che cementano il blocco meloniano, in parte comunicative, in parte legate alla psicologia di massa.