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26 MARZO 2026

Ultimo aggiornamento: 18:29

Meloni e la destra estrema che governa il Paese nel breve volgere di un lunedì di marzo si sono trovati ad affrontare una condizione che rappresenta il loro peggiore incubo. Finire come Matteo Renzi che, dopo la batosta referendaria si ritrovò con un partito che precipitò dal 30 al 18 per cento. Meloni sa perfettamente cosa rischia e per questo è palesemente nel panico e il panico, si sa, è sempre un pessimo consigliere. Ha tentato di correre ai ripari tagliando tre teste.

I giornali d’apparato stamattina puntano tutti sul repulisti, a sottolineare la purezza della leader che caccia i mercanti dal Tempio, riproponendo l’adagio del Ventennio che, di fronte alle nefandezze e le incapacità del regime rantolava: “se lo sapesse il Duce”. Meloni si è ritrovata al centro di una tempesta perfetta: la sconfitta pesante al referendum arriva dopo tre anni di promesse totalmente non mantenute, che hanno piano piano fatto infuriare il suo elettorato e si pianta come un chiodo in una congiuntura drammatica acuita dalla guerra in Medio Oriente, scatenata dai due leader nei confronti dei quali Meloni ha mostrato ben di più che semplice acquiescenza. Una crisi economica ogni giorno più pesante per le famiglie e per le imprese. Meloni sa che può scivolare – come fu per Renzi, e ancor prima (per chi ne avesse memoria) per Bettino Craxi – in una slavina inarrestabile. Sconfitta al referendum rischia di diventare un Re Mida rovesciato.