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Dalle turbolenze giovanili agli omicidi del ’69: la lunga storia criminale dell’uomo che ha trasformato un gruppo di hippie in una comune pronta a uccidere
È considerato il più famigerato assassino d’America e non è un caso che ancora oggi la sua figura sia al centro di teorie del complotto e ossessioni. Protagonista di film, serie tv e libri, Charles Manson è diventato simbolo della violenza di fine anni Sessanta. A capo della "Manson Family", esercitava un forte ascendente sui suoi seguaci, ottenuto attraverso isolamento, droga, retorica apocalittica e controllo psicologico. L’ideologia che diffondeva — un miscuglio di paranoia razziale, misticismo e ossessioni personali — contribuì direttamente ai brutali omicidi commessi.
Charles Manson nasce nel 1934 a Cincinnati da una madre adolescente e instabile, spesso coinvolta in piccoli reati e assenze prolungate. L’infanzia procede tra affidi temporanei, spostamenti continui e istituti per minori, dove il ragazzo mostra presto un comportamento ribelle. A partire dagli anni Quaranta entra ed esce da riformatori dell’Indiana e dell’Ohio, alternando tentativi di reinserimento a fughe e nuovi reati. Se a nove anni dà fuoco a una scuola, all'età di sedici anni commette la sua prima violazione federale, trasportando un’auto rubata oltre confine: un episodio che lo immette in un percorso carcerario presso diverse strutture federali. Lì entra in contatto con la necromanzia e la magia nera, e inizia a suonare la chitarra, dedicandosi alla musica in maniera ossessiva.






