Dal Voltone, che accoglie tutti i pezzi immaginati in 300 anni, ai componenti della formula (quasi) segreta, dalle giostre meccaniche fino al laboratorio di pittura. Viaggio a Sesto Fiorentino, nel cuore della Manifattura Ginori 1735. Un Paese dei balocchi dove è ancora il tocco umano a dare vita alla porcellana

di Alessia Gallione

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Ancora oggi, a Sesto Fiorentino si racconta che Le avventure di Pinocchio siano nate qui, davanti a questa sorta di Paese dei balocchi per ogni amante della porcellana. In fondo Carlo Collodi – figlio del cuoco e della domestica-sarta dei marchesi Ginori – lo ha scritto in gran parte quando era ospite del fratello Paolo Lorenzini, il più famoso direttore della Manifattura. Quel posto, lui lo conosceva a fondo, tanto da averlo raccontato in un opuscolo del 1861: un company profile ante litteram che l’anno successivo venne distribuito alla Grande Esposizione di Londra amplificando la fortuna del marchio. L’osteria del Gambero Rosso, per dire, era una locanda in cui pranzavano i dipendenti. E il Paese dei barbagianni aveva il colore grigiastro della polvere di caolino – uno degli ingredienti dell’oro bianco – che gli operai portavano sugli abiti. Allora, la fabbrica era ancora a Doccia, a dieci minuti dallo stabilimento in cui la produzione si è trasferita nel 1950. Eppure, varcando la soglia di quello che chiamano il Voltone, sembra quasi di essere entrati nella pancia della balena. È da questo archivio-magazzino-caveau che bisogna partire per capire una storia lunga tre secoli. In questo antro dal soffitto a volte, grande come due campi da calcio, è conservato tutto ciò che sia mai stato realizzato da Ginori 1735: file e file di scaffali in cui sono stivati gli stampi in gesso di oltre 11.200 pezzi, gli ultimi arrivati in basso, a diversi metri di altezza i più antichi. Come il portacandele su cui l’artigiano del Settecento ha inciso una falce di luna: non sapeva leggere e scrivere, ma l’ingegno non gli mancava.