Non si dica che ha trionfato la giustizia. Tenere appeso un uomo per un «fatto che non sussiste», con la minaccia di una condanna a nove anni di reclusione per un reato abietto come il sequestro di persona, perché questo hanno stabilito e ribadito i giudici, è un abominio.

Quando la vicenda Open Arms ebbe inizio, nell’agosto 2019, Matteo Salvini era ministro dell’Interno del primo governo di Giuseppe Conte. La sua linea politica era improntata alla massima fermezza nella lotta all’immigrazione illegale. Si era nella piena stagione politica dei porti chiusi. Per questo il leader leghista negò, per 19 giorni, lo sbarco ai 150 migranti a bordo della nave della ong spagnola, cercando un approdo fuori dall’Italia. Non appena il governo trovò l’accordo con Barcellona, per portare in Spagna i clandestini, intervenne la magistratura e ordinò che fossero tutti sbarcati a Lampedusa. L’episodio ha un precedente, quando l’anno prima vennero trattenuti a bordo per una decina di giorni, anche in questo caso fino a ordine della magistratura, i migranti salvati dalla Diciotti, imbarcazione della Guardia Costiera. In entrambi i casi, i pm incriminarono Salvini per sequestro di persona e rifiuto d’atti d’ufficio.