Non sono stati facili, tutt’altro, i miei sette anni a Torino. Se metto in fila gli avvenimenti passati sotto i miei occhi - uno per tutti, l’attacco alle Torri Gemelle di New York - ricordo di aver sentito spirare dall’inizio il vento del secolo nuovo, che ancora oggi soffia e spiega molte cose. Ma se ripenso all’orizzonte torinese, del luogo in cui si fa e si stampa questo giornale, credo di non aver potuto mai immaginare cosa mi aspettava: la grande crisi della Fiat, che si riversava pesantemente sulla città. Il suicidio di Edoardo Agnelli. La morte di suo padre, l’Avvocato, seguita poco più di un anno dopo da quella del fratello, Umberto, che aveva preso le redini dell’impresa di famiglia, già in forti difficoltà. Le vendite, le dismissioni, l’ombra della rovina, contrastata come si poteva, della maggior famiglia imprenditoriale italiana. L’avvento di Sergio Marchionne, che non aveva conosciuto l’Avvocato, ma il cui nome era stato suggerito da Umberto, prima di morire. Marchionne passerà alla storia come il salvatore della Fiat e lo stratega della sua internazionalizzazione. Dopo di lui, scomparso prematuramente nel 2018, la stagione di John Elkann, il nipote dell’Avvocato, l’imprenditore che ha proseguito la via dello sviluppo globale indicata da Marchionne, ma anche l’editore che ha messo in vendita nei giorni scorsi il gruppo editoriale Gedi, che comprende La Stampa.
I miei sette anni a Torino, la grande crisi Fiat e la malattia dell’Avvocato
Il direttore dal 1998 al 2005, i nuovi orizzonti fino all’inizio dell’era Marchionne








