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17 DICEMBRE 2025

Ultimo aggiornamento: 17:45

Trovare un modo legale per usare gli asset russi congelati e, allo stesso tempo, convincere tutti gli Stati membri a dare il proprio assenso. Il tutto in soli due giorni. A Bruxelles è corsa contro il tempo tra tecnici, vertici delle istituzioni Ue e capi di Stato e di governo per cercare di arrivare a un’intesa la più condivisa possibile sull’utilizzo dei 210 miliardi di euro immobilizzati dall’Ue come sanzione per l’invasione russa dell’Ucraina. La deadline è il Consiglio europeo del 18-19 dicembre, anche se il presidente Antonio Costa non ha escluso sedute a oltranza per arrivare a un’intesa prima del 2026. Perché col disimpegno americano, le trattative che vanno a rilento e la guerra che non accenna a placarsi, per l’Europa quei soldi sono una delle pochissime, se non l’unica speranza di continuare a sostenere Kiev oggi e in futuro.

La strada intrapresa dall’Ue è piena di ostacoli. L’obiettivo è quello di utilizzare questi soldi come garanzia di un prestito da circa 140 miliardi di euro all’Ucraina. Il problema è che, nel caso in cui la guerra dovesse terminare e le sanzioni venissero allentate, è possibile che i proprietari di quei beni li richiedano indietro. E a quel punto, se fossero stati usati per ripagare il debito, toccherebbe agli Stati risarcire. E non tutti in parti uguali, almeno sulla carta: il principale ostacolo è convincere il Belgio che, tramite Euroclear, detiene 185 dei 210 miliardi totali e che, in caso di richiesta di rimborso, come spiegato dal governo di Bruxelles, rischierebbe “la bancarotta“. Redistribuire il rischio, invece, non sembra essere una strada praticabile per più di una cancelleria, Italia compresa.