TORINO. «Sono libero?». Quando ieri mattina un agente è andato a dire a Mohamed Shahin che non doveva più rimanere nel Cpr di Caltanissetta, che era arrivato il provvedimento che sanciva la cessazione del suo trattenimento, l’imam è rimasto senza parole. La decisione della Corte d’Appello di Torino è stata una sorpresa persino per lui, che ha chiesto spiegazioni: «Non mi aspettavo questo provvedimento». L’agente l’ha invitato a sbrigarsi, a recuperare i pochi effetti personali che aveva - un telefono, il portafoglio - e a tornare a casa. «Grazie infinite» sono le uniche parole che è riuscito a dire. E poi, prima di varcare la soglia della struttura, ha aggiunto: «Sono emozionato». Il trattenimento nel Cpr di Caltanissetta Il 24 novembre scorso Shahin è stato prelevato da casa sua, nel cuore di Torino, portato in questura e poi all’aeroporto. Per tre settimane ha vissuto a oltre 1.500 chilometri dalla sua famiglia. Lontano dai suoi due bambini, di 9 e 12 anni, e da sua moglie Asmaa. «Non vedo l’ora di riabbracciarli», dice oggi. Ma non solo. «Non vedo l’ora di rientrare nella mia amata Torino e nel mio quartiere».

“Sono un uomo di fede, mai violato la legge” Per Shahin, originario dell’Egitto e in Italia da vent’anni, Torino è «casa». O meglio, «l’unico posto in cui mi sento a casa», sottolinea. La città che l’ha accolto, dove ha cresciuto i suoi bambini, dove ha costruito e poi guidato un’intera comunità. «Sono un uomo di fede, ho sempre lavorato per la pace e il dialogo - ha ribadito più volte nelle scorse settimane, tramite l’avvocato Fairus Ahmed Jama - Basta guardare il mio passato: in 21 anni non ho mai violato la legge». Il rimpatrio in Egitto? «In quanto oppositore di Al-Sisi, sarebbe una condanna a morte». Il Viminale: “Nessun passo indietro” Il Viminale ha annunciato che non farà un passo indietro sulla sua espulsione. Ma Shahin non vuole parlare di questo. Come non vuole neanche tornare sulle frasi che ha detto in piazza Castello, nel cuore di Torino, lo scorso 9 ottobre. Sa bene che la sua posizione sul territorio, al momento, resta fragile. E lui vuole guardare avanti senza perdere la speranza. «Amo l’Italia e gli italiani. Queste azioni ingiuste non fanno altro che aumentare il mio amore per la mia città, Torino, e la mia fiducia nel sistema giudiziario» dice Shahin. Aggiunge: «In queste settimane i miei avvocati mi hanno sempre tenuto aggiornato sulla situazione e li ringrazio: sono sempre stato fiducioso del loro lavoro e del fatto che la verità, prima o poi, sarebbe venuta a galla».