Mohamed Shahin è libero. L’imam che da oltre un decennio guida la moschea di via Saluzzo, nel cuore di San Salvario a Torino, presto potrà riabbracciare la moglie, i suoi due figli e tutta la comunità del quartiere che in queste settimane ha alzato la voce per lui.

Shahin era recluso nel Cpr di Caltanissetta dal 24 novembre scorso, perché destinatario di un provvedimento di espulsione firmato dal ministro Piantedosi dopo le sue frasi sul 7 ottobre (giorno dell’eccidio di Hamas): «Non fu violenza», disse in un presidio in piazza Castello.

Ora è stata accolta la richiesta di riesame della convalida di trattenimento e la Corte d’Appello di Torino ha valutato che non sia necessario il trattenimento perché «sono emerse nuove informazioni tali da mettere in discussione la legittimità del trattenimento». In altre parole, Shahin torna a casa.

La mobilitazione per la sua liberazione

In queste settimane sono scesi in piazza musulmani, cattolici, valdesi. Hanno scritto lettere al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per chiedere la liberazione di Shahin. Aveva aderito alle mobilitazioni anche il vescovo di Pinerolo, Derio Olivero, che aveva registrato un video in cui ricordava l’imam come un «uomo di dialogo». E poi il Sermig, i garanti dei detenuti, la Rete del Dialogo Cristiano-Islamico, la Casa del Quartiere, l’Anpi Nicola Grosa e tante altre realtà del quartiere. Sul caso si era acceso anche il dibattito politico, con la destra che appoggiava il ministro dell’Interno e la sinistra che aveva chiesto al governo (con un’interpellanza alla Camera dei deputati di Avs, M5S e Pd) di bloccare l’iter verso il rimpatrio.