Ma come, non erano stereotipi? Adesso che la cucina italiana è patrimonio immateriale dell'umanità, anche ufficialmente l'immagine che meglio ci racconta è quella delle tre dita con le quali mimiamo il giro della forchetta: «Se famo du' spaghi?».
Il mondo ha riconosciuto che c'erano riassunti la terra madre, il grano e i contadini nella famosa scena del «maccarone, me te magno» e che era giusto il pittoresco nome di "spaghetti western" con il quale Sergio Leone era riuscito a entrare nel grande cinema. Certo, se fosse vero che addentare gli spaghetti significa impadronirsi della cultura italiana («meglio che leggere Dante» sostenne per primo Prezzolini che fu l'inventore della destra), anche mangiare carne di bisonte permetterebbe di impadronirsi – digerire – la storia americana. E però nessuno crede che davvero l'identità inglese sia racchiusa nel roast beef e nella steak pie, e quella tedesca nei crauti con würstel e quella giapponese nel sushi.
Nonostante la battuta di De Gaulle sulla difficoltà di governare «un paese che ha 265 varietà di formaggi» solo l'Italia ha fatto della "cucina", e della pasta più della pizza, più del parmigiano e più della mozzarella, la propria bandiera, il cibo patriottico che riflette le qualità di chi lo mangia e al tempo stesso le rinforza con il suo nutrimento. C'è ovviamente un rapporto tra il cibo e la storia e per capirlo basta rivedere il Totò di "Miseria e nobiltà” che trasforma lo spaghetto nel Dio degli affamati, uno spaghetto geniale e giocoso come lo furono spesso i meridionali morti di fame.














