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Ultimo aggiornamento: 7:25
La vicenda dell’omicidio di Chiara Poggi, 18 anni dopo e con una sentenza di condanna passata ormai da tempo “in giudicato”, sta scatenando l’interesse dei media e della collettività. Le nuove investigazioni si concentrano su un nuovo indagato.
La nuova indagine, al di là delle tesi partigiane che si contrappongono sui media e sul web, peraltro assai spesso infettate da argomenti poco aderenti alle esigenze di logica processuale, sta certificando qualcosa di decisivo per il processo penale: la scienza al servizio del processo ha radicalmente mutato veste. Questa mutazione è tanto più evidente e rilevante, tanto maggiore è la forza scientifica della prova stessa. Il caso paradigmatico, che attiene proprio a questa indagine, è rappresentato dalla prova genetica o prova del Dna.
L’incidente probatorio, che ha per oggetto le tracce genetiche rinvenute in zona ungueale (o subungueale) delle dita delle mani destra e sinistra della vittima, ha offerto un risultato che, a detta dei media ma anche di molti esperti, lascia aperta ogni interpretazione: da un lato questa porzione biologica può essere letta come “l’impronta” dell’assassino; dall’altro essa non sarebbe nulla più di una presenza casuale e dovuta a un contatto fortuito tra la (futura) vittima e un oggetto, presente nell’appartamento, precedentemente “contaminato” da un soggetto che nulla ha a che fare con la scena del crimine.







