Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano
Ultimo aggiornamento: 7:58
di Sara Gandini e Paolo Bartolini
Negli ultimi mesi si è riacceso un dibattito acceso e polarizzato sui vaccini anti-Covid. Una discussione che prende avvio da studi specifici, come quello francese pubblicato su JAMA Network Open, ampiamente citato in rete (per cui i vaccini a mRNA non aumentano la mortalità e riducono il rischio di morte per Covid grave del 74% e per tutte le cause del 25%, ndr), e che finisce, prevedibilmente, con il trasformare un tema complesso nell’ennesima occasione per uno scontro frontale tra schieramenti rigidamente contrapposti. Da una parte chi utilizza lo studio come prova definitiva di efficacia e sicurezza; dall’altra chi lo contesta come esempio di cattiva scienza o presunto inganno. Ma ciò che stupisce non è tanto la natura del dibattito, quanto il fatto che esso continui a consumarsi come se tutto ruotasse attorno a un singolo studio, ignorando la mole enorme di ricerche disponibili e, soprattutto, evitando accuratamente di affrontare le questioni davvero centrali.
È fondamentale ricordare che l’evidenza sull’efficacia dei vaccini per Covd-19 non si basa su un’unica ricerca, per quanto ampia, ma su un insieme di dati imponente, facendo riferimento a revisioni sistematiche e meta-analisi di dati di sorveglianza e trials condotti in contesti nazionali molto diversi. Questi lavori, nel loro complesso, convergono su un punto: i vaccini hanno ridotto in modo significativo forme gravi e mortalità associate al Covid-19, soprattutto nelle fasi iniziali della pandemia e nei soggetti più anziani o fragili. Esistono differenze tra varianti, contesti epidemiologici e gruppi di età; sicuramente l’efficacia contro l’infezione diminuisce velocemente nel tempo e non aveva senso a mio parere imporre obblighi e fare ricatti, soprattutto ai giovani e agli insegnanti.






