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Per gentile concessione dell'editrice Luni pubblichiamo uno stralcio della nuova edizione del classico di Eugen Herrigel, Lo zen e l'arte del tiro con l'arco con l'aggiunta dell'articolo, inedito in italiano Lo zen e l'arte cavalleresca del tiro con l'arco (traduzione Anna Pensante, pagg. 112, euro 12). L'autore descrive la dissoluzione della volontà al momento del tiro, l'attesa silenziosa in cui il maestro richiede un abbandono radicale, fino alla comprensione finale che "l'arciere, l'arco e il bersaglio sono uno"

A prima vista, accostare lo Zen (comunque si voglia intendere questa parola) a una disciplina profana come il tiro con l'arco potrebbe essere considerato come un intollerabile avvilimento. Se anche si fosse portati a fare una concessione e a definire arte il tiro con l'arco, difficilmente si sarà disposti a riconoscere in essa qualcosa di diverso da un'abilità puramente sportiva. Ci si aspetterebbe, quindi, di sentir raccontare le imprese straordinarie dei maestri giapponesi, che nell'uso di arco e frecce hanno il privilegio di attingere a una tradizione secolare e ininterrotta. In Estremo Oriente sono trascorse solo poche generazioni da quando le armi moderne hanno sostituito gli antichi sistemi di combattimento; ma la maestria nell'adoperarli non è stato affatto abbandonata: si è trasmessa attraverso i secoli, continuando a essere coltivata in circoli sempre più ampi. Allora potremmo forse aspettarci la descrizione delle modalità con cui il tiro con l'arco è praticato oggi in Giappone come sport nazionale. Questa aspettativa non potrebbe essere più fuori luogo. Il tiro con l'arco nel senso tradizionale, che il giapponese considera un'arte e onora come un retaggio nazionale, non è considerato semplicemente uno sport ma, per quanto possa sembrare strano, un atto rituale. Di conseguenza, con il termine arte del tiro con l'arco non si intende una semplice abilità sportiva, che si può ottenere con l'esercizio fisico, ma una capacità che ha origine nelle pratiche spirituali e che è volta a colpire un bersaglio spirituale. L'arciere, in fondo, non mira a colpire un bersaglio esterno, ma se stesso, e, forse, con questo può perfino riuscire a cogliere il proprio essere. Indubbiamente può sembrare un concetto enigmatico. Come? penserà il lettore, volete farci credere che il tiro con l'arco, che una volta era una questione di vita o di morte, non sia nemmeno riuscito a trasformarsi in uno sport, ma sarebbe scaduto in un esercizio spirituale? A che cosa servono, allora, arco, freccia e bersaglio? Non è forse una negazione dell'arte antica e virile del tiro con l'arco e del suo significato autentico, sostituiti da qualcosa di vago o addirittura fantastico? Bisogna però ricordare che, da quando non deve più cimentarsi in sanguinose battaglie, lo spirito particolare di quest'arte è emerso in modo più chiaro e più forte, poiché non necessariamente ha dovuto essere associato all'uso dell'arco e della freccia, come si è fatto di recente, essendovi sempre stato legato.