Lo zen e l’arte di sopravvivere al carcere. Si potrebbe sintetizzare così, concettualmente, la ventennale esperienza di Dario Doshin Girolami come insegnante di meditazione buddista all’interno dei penitenziari di San Quentin, in California, e di Rebibbia a Roma. Ma l’abate del tempio romano Zen L’arco – Zenmon Ji ci avverte fin dalle prime pagine del suo ultimo libro Buddha dentro. Insegnamenti per chi si sente prigioniero, appena pubblicato da Ubiliber, la casa editrice dell’Unione Buddhista Italiana (pp. 219, euro 12), che il percorso nato all’interno delle alte mura di cinta può essere fecondamente esportato all’esterno, tra gli individui cosiddetti liberi. Perché «in qualche modo siamo tutti detenuti», scrive, «siamo tutti prigionieri di rabbia, odio e illusione». Dunque, più correttamente, è il caso di parlare di zen – nella tradizione Soto, giapponese – e l’arte di illuminare la propria buia prigione.

ORDINATO MONACO al San Francisco Zen Center, nel 2000 Dario Doshin Girolami varcò per la prima volta le porte blindate di San Quintino, il carcere con il più grande braccio della morte degli Stati Uniti, per formarsi anche come cappellano buddista. E passare ore in raccoglimento insieme ai detenuti, seduto a terra in scomode posizioni. Tornato nella sua città natale, Roma, fin da subito provò a «presentare un corso di meditazione agli istituti penitenziari italiani, ma senza successo». Riuscì nell’impresa «solo quando ho cambiato il nome del corso da “Meditazione zen” a “Mindfulness”», pratica che nel frattempo era diventata mainstream anche in Italia.