Il titolo del libro è Lo zen e l’arte di andare a funghi. Non “Lo zen e l’arte di andare per funghi”. Sto parlando dell’ultima fatica di Matteo Righetto. Se ci pensate la differenza non è di poco conto. Un conto (scusate il bisticcio di parole) è “andare a” e un altro è “andare per”. Nel primo caso c’è un moto, nel secondo uno scopo. E l’insegnamento del libro, o meglio, del manuale è appunto quello di imparare a muoversi nei boschi (ogni bosco è diverso, è un luogo “magico” e fra tutti i luoghi magici io amo le faggete, ma la mia preferenza esula da questo contesto) senza meta e in qualche modo riscoprendo anche la nostra natura ancestrale, posto che i primi uomini furono cacciatori e raccoglitori. “Cercare funghi significa recuperare un linguaggio arcaico che la civiltà della frammentazione temporale e della simultaneità ha dimenticato; quello dell’attenzione totale, assoluta. Nessuna distrazione, nessun rumore antropico o artificiale, nessun bisogno di sedia, schermo, notifica o interazione tecnologica. Solo noi stessi, il nostro respiro, l’aria fresca, le fronde degli alberi sopra le nostre teste, il terreno vivo sotto i nostri piedi, e il mistero del bosco.”

Dopodiché il fungo trovato è un felice incidente, non il fine per cui ci si inoltra nel bosco, che invece costituisce l’unico scopo del fungaiolo (altra categoria rispetto a chi va a funghi).