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Ultimo aggiornamento: 8:10
“Sì, ‘abbè, uno ggol abbasta”. Pensi a questa frase, che confonde anche il compianto Italo Khune, e pensi a Maurizio Gaudino. C’è molto di più però, dietro al dialetto ereditato a mo’ di paisà, di quel calciatore che in quella finale di Coppa Uefa diede filo da torcere a Maradona e ai suoi. Nato il 12 dicembre di 59 anni fa a Bruhl in Renania Settentrionale: “È la città di Steffi Graf” ricordava spesso Maurizio, che in fondo la campionessa era lei, lui veniva dalla strada.
Già, non poteva essere altrimenti: papà di Orta di Atella, minatore, partito per la Renania per fare il camionista. Mamma di Frattamaggiore, che in Germania va a lavorare alla Henkel. E Maurizio, riccioluto e scugnizzello, gioca in strada: mica facile quando sei figlio di emigranti. A volte essere più forte non basta, specie quando per un gol fantasma o un fallo reclamato si finisce a botte: a volte le prendi, a volte le dai. E con quella mentalità Gaudino cresce: piedi buoni sì, ma senza pensare che bastino ad aprire tutte le porte. Dai campetti improvvisati passa alle giovanili del Rheinau, tra calcio e scuola ci mette pure un’altra passione: quella per le auto, possibilmente sportive e veloci, facendo un apprendistato come meccanico. Passa al Waldhof Mannheim e qui trova il suo padre calcistico, Klaus Schlappner, che lo fa debuttare a 17 anni in Bundesliga contro l’Eintracht Braunschweig: dopo 30 minuti in campo, Gaudino viene espulso.






