Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano

Ultimo aggiornamento: 9:18

“Palleggiavo, palleggiavo sempre, e il pallone non cadeva mai eh e allora i grandi sai cosa facevano? Mi portavano fuori dal mio quartiere di Palermo a sfidare gli altri a palleggiare: vincevo sempre io. Loro si giocavano le birre, a me davano una coca cola o un gelato, ma più che per le birre era un vanto avere nel quartiere il bambino più bravo e portarlo in giro”. Quel bambino era Gaetano D’Agostino, palermitano doc, nato il 3 giugno del 1982: undici giorni prima che iniziasse il mondiale in Spagna. “Se chiudo gli occhi il primo ricordo calcistico è proprio quello: i palleggi in giro per Palermo, ancora rivedo il bambino che ero”.

Poi quel ragazzino cresce, quei palleggi vengono notati dal Palermo e poi dalla Roma: “In giallorosso un periodo meraviglioso, c’erano Tempestilli, Maldera e poi Bruno Conti… gli devo tanto”. E quel tanto nasce da un “cazziatone” epico di Bruno: “Ero andato in ritiro con Zeman, tornai devastato, poi c’era il torneo di Osimo e feci molto male perché non mi reggevo in piedi. Bruno me ne disse di ogni davanti a tutti: ‘Non ti mando mai più, ti sei montato la testa’ mi fece e io provai a ribattere che il boemo mi aveva distrutto. ‘Non posso accettare queste parole da un ragazzo di sedici anni’ rispose Conti e io là per là ci rimasi male, oggi invece penso a quelle scene e lo ringrazio, aveva ragione”.