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Ultimo aggiornamento: 9:23

“Sì, è quello il gol più importante della mia carriera”. Sono passati trent’anni ma Michele Padovano non ha dubbi: “Fare il gol qualificazione al Real in quella serata di Champions è qualcosa che di solito si sogna, io l’ho fatto… però occhio che c’è pure il rigore in finale contro l’Ajax eh (ride, ndr)”. Eh sì, gavetta e lotta, poi ti ritrovi a ribaltare il Real Madrid e a segnare uno dei rigori che ti rendono campione d’Europa, in una Juve di campioni dove in pochi pronosticavano qualcosa in più del ruolo di comparsa.

Ribaltare verdetti, però, è stata un po’ una costante per Michele Padovano, fin da quando ragazzino si affacciava al calcio, prima col Barcanova, poi con l’Asti Tsc: “Società meravigliose: puntavano a costruire il giocatore e non il risultato, che è un po’ quel che manca oggi. Pensi: a livello giovanile capitava spesso che Juve o Torino perdessero contro Barcanova o Asti, un po’ perché chi ci giocava veniva scartato da queste società, in particolare dal Toro, e aveva il dente avvelenato. Un po’ perché, come detto, lavoravano davvero bene”.

Da lì spicca il volo Michele Padovano, rapido, furbo, con un gran mancino: “Io non ero tra quelli scartati da grandi società, ma ero tenace: fare il calciatore era l’unica cosa che avevo in testa e avevo grande passione. Di giovani bravi ce n’erano tanti, io non mi sentivo inferiore a nessuno e lavoravo su me stesso, tanto”. Ad Asti l’esordio tra i professionisti, in C2, poi Cosenza: “Un’esperienza incredibile, la prima a Sud. Sono cresciuto come calciatore, come uomo: riuscimmo a vincere il campionato e andare in B. E lì ho incontrato la persona più importante della mia carriera: Denis Bergamini”.