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Ultimo aggiornamento: 7:20

Avrete certamente sentito parlare della teoria di Elizabeth Kubler-Ross delle “cinque fasi del lutto.” Quando ti capita qualcosa di brutto nella vita, le reazioni tipiche sono: negazione, rabbia, contrattazione, depressione e accettazione. Queste fasi non sono in sequenza, possono coesistere o cambiare l’ordine in cui compaiono, ma sono una buona approssimazione di quello che succede quando ci troviamo di fronte a qualcosa di molto spiacevole.

E’ un modello che possiamo applicare alla questione del clima, a partire da quando si è cominciato a parlarne come un problema importante, negli anni ’80. Possiamo dire che la fase di negazione è cominciata quasi subito, non nel senso di negare l’esistenza del riscaldamento globale, ma nel minimizzare l’impatto. “Basterà qualche piccolo aggiustamento: doppi vetri alle finestre, tenere basso il termostato, riusare gli asciugamani negli alberghi; questo tipo di cose.” In sostanza, lucidare le maniglie del Titanic mentre affonda.

Qualcuno invece si è reso conto che bisognava fare qualcosa di più e questo ha dato inizio alla fase di contrattazione con le varie “conferenze delle parti”, le Cop, con l’idea di mettersi d’accordo per ridurre le emissioni di gas serra. La prima Cop è stata a Berlino nel 1995; ora siamo arrivati alla Cop30, tenuta da poco a Belém, in Brasile. Ci ricordiamo della conferenza di Kyoto, nel 1997, che aveva generato il trattato di Kyoto, il primo accordo internazionale sul clima della storia. L’altra Cop con qualche rilevanza è quella di Parigi del 2015, la Cop21, che produsse l’accordo di Parigi il 12 dicembre 2015, di cui in questi giorni ricorre il decennale.