Le scienze dell’ambiente fisico e le scienze dell’ambiente mentale. Le prime analizzano i guai causati dal cambiamento climatico, prospettano un futuro inquietante e fanno proposte. Le seconde spiegano i motivi per cui la mente umana non è attrezzata per accorgersi e tanto meno preoccuparsi di pericoli come il cambiamento climatico. Ecco il filo conduttore di Matteo Motterlini in un libro documentato e piacevole da leggere: Scongeliamo i cervelli non i ghiacciai. Perché la nostra mente è l’ostacolo più grande nella lotta al cambiamento climatico (Solferino Libri, pagg. 272, euro 18.50). Motterlini, dell’università San Raffaele, riesce con questo lavoro a fare una grande differenza. In effetti raggiunge l’obiettivo del sottotitolo: “Perché la nostra mente è l’ostacolo più grande nella lotta al cambiamento climatico”.

Le origini di questo «perché?» risalgono agli anni Cinquanta quando una casalinga del Michigan, Dorothy Martin, annunciò che il mondo sarebbe finito il 21 dicembre 1954. Dorothy Martin era certa che si sarebbero salvati soltanto i credenti nell’aiuto di alieni giunti con un’astronave. Si formò un gruppo di seguaci: alcuni lasciarono famiglia e lavoro. Una eccezionale stramberia, una scemenza? In realtà storie fantastiche con grulli e creduloni si ripetono in varie forme: nell’ultimo film di Yorgos Lanthimos (2025), che riprende trame di opere precedenti, due complottisti rapiscono la capa di una grande azienda essendo convinti che sia un’aliena.