Alcune valutazioni del documento della National Security Strategy americana sullo stato del mondo mi hanno un po’ sconcertato non solo per la contraddizione tra il volersi ritrarre dal dare lezioni a questo e quello Stato, e poi esprimere una serie di giudizi sbrigativamente assertivi sulla situazione interna dell’Unione europea e dei suoi Stati membri, ma anche per il tono retorico -propagandistico di certi giudizi ben poco adatto a un documento ufficiale. D’altra parte Il Maga (cioè “fai l’America ancora grande”), oggi egemonico tra i Repubblicani, ha questo stile movimentistico che produce una certa sottovalutazione della politica e della diplomazia. Stile che ha già provocato alcuni più o meno gravi incidenti con il Canada, con la Danimarca-Groenlandia e con l’orgoglio di una nazione decisiva come quella indiana: uno stile politico che se non governato meglio - come dimostrano diverse elezioni locali del novembre scorso- può portare a reazioni negative di elettori di una democrazia che in barba a tutti i profeti di sventura - è ancora assolutamente efficiente.

Però al di là di tutto mi pare che l’impostazione della politica estera americana parta da una considerazione particolarmente rilevante cioè che si debba prendere atto come la speranza di un mondo governato da istituzioni sovranazionali sia al momento oggettivamente almeno in stand by e che dunque si debbano ricostruire accordi sulla sicurezza tra Stati che prevengano catastrofiche crisi globali, spegnendo i più pericolosi focolai di guerra ancora accesi. In questo senso è stato un grande successo evitare che una certa area di ebrei ultraortodossi in Israele impedisse il dialogo con quella setta di assassini fanatici che è Hamas, dialogo non complice ma necessario per costruire un quadro di sicurezza in tutto il Medio Oriente.