È scoppiata la mania dei cibi hi-protein. Dallo yogurt alla pasta, arrivando perfino all’acqua. Tutti ultra-processati. E costosi. Ma sono davvero necessari? Risponde ai dubbi una nutrizionista

di Susanna Macchia

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Brian Johnson mangia tutti i giorni almeno un pasto a base di fegato crudo perché, sostiene, lo aiuta a consolidare la sua instagrammabile massa muscolare. Con la barba incolta, il fisico da culturista e la voce da cavernicolo, Liver King (Re del fegato) è seguito da 6,1 milioni di follower su TikTok, 2,9 su Instagram, 1,21 su YouTube, e Netflix gli ha da poco dedicato un docufilm.

I meat influencer come Johnson, ferventi adepti della Bbbe – dieta a base di beef, butter, bacon ed eggs (manzo, burro, pancetta e uova) – hanno sempre più successo negli Stati Uniti, soprattutto nel contesto machista trumpiano in cui avere un fisico muscoloso è sicuramente più auspicabile che ostentare un’esile silhouette vegana. Da noi, invece, dove i carnivori convinti sono meno folcloristici e soprattutto hanno meno seguaci sui social, è scoppiata in maniera trasversale e apolitica la mania delle proteine. “I cibi proteici sono diventati un trend, spinti dal marketing del fitness e della forma fisica”, conferma Federica Almondo, specialista in scienza dell’alimentazione ed esperta in longevità e biohacking. Basta fare un giro in un qualsiasi supermercato per imbattersi in alimenti hi-protein di ogni genere: dallo yogurt alla pasta, dai cereali fino all’acqua. Le referenze sarebbero ormai più di 3.800, per un giro di affari che continua a crescere (+24% nel 2024 – dati Osservatorio Immagino GS1) grazie anche al sovrapprezzo: secondo Altroconsumo un pancake proteico può costare il 93% in più rispetto al corrispettivo normale.