Un cittadino mi ha fermato in campo l’altro ieri e mi ha chiesto: “Ma secondo lei direttore, come se ne esce da questo caos della Fenice? Non ha qualche suggerimento?” Suggerimenti, ho risposto, non ne ho proprio. Non è il

mio il compito. Sul caso Venezi e sulla sua contestata nomina direttore musicale della Fenice, mi sono però fatto un’opinione. Che provo a spiegare anche qui, in modo un po’ più articolato di quanto ho potuto fare in campo chiacchierando con il nostro lettore.

Mi pare innanzitutto di poter dire che, come si è visto, il muro contro muro su questa nomina non giovi a nessuno. Certamente non al Teatro. Non solo: credo che se si vuole individuare una strada per uscire da questa situazione, è bene evitare non solo “ricatti e forzature”, come hanno giustamente chiesto nella loro lettera aperta i quattro ex sindaci, ma anche non dare spazio ai risentimenti o a sussulti di qualche ex ne’ agli istinti di protagonismo o agli interessi politici di qualche sindacato e di qualche sindacalista. E di non farsi trascinare troppo dalle simpatie politiche o dallo diritto di appartenenza. Comprendo che un certo mondo è stato da sempre abituato a dare le carte in campo culturale, a decidere o influenzare le scelte di sovrintendenti e direttori vari, non solo in campo musicale, ma i tempi cambiano e le stagioni finiscono. Tutte, prima o poi. Piaccia o meno, prima se ne prende atto, meglio è. Nel merito della “crisi assurda” della Fenice, per usare ancora le parole dei quattro sindaci ( che comunque non fanno confusi con i “tre tenori”), giunti a questo punto, c’è’ innanzitutto una scelta di campo da fare.