A maggio un tempo (non secoli fa, qualche decennio addietro) non fiorivano solo le rose ma anche i fioretti. In onore della Madonna, nel mese a Lei dedicato. Piccole rinunce, penitenze minime, ma per i ragazzini potevano rappresentare sacrifici veri e propri: non mangiare dolci e cioccolata per due settimane, non dire parolacce e non dire bugie (sempre per una o due settimane), mettere da parte qualche soldino sottratto alla “paghetta” per mandare aiuti ai bambini africani... Pratica diffusa, anche in altri periodi dell'anno, a cominciare, ovviamente, dalla Quaresima.
A lungo l'espressione “fare un fioretto” è stata legata a una di quelle pratiche religiose considerate dai più – anche cattolici – desuete, “ferrivecchi” legati ad una devozione popolare polverosa e fuori tempo massimo. Guardati con sufficienza, con aria di compatimento, spazzati via quasi del tutto. Oppure no? Il fioretto balza inaspettatamente agli onori della cronaca odierna. Perché? A Padova, giorni fa, la premier Giorgia Meloni, per sostenere la candidatura a presidente della Regione Veneto di Alberto Stefani (che poi ha vinto) davanti all'allettante proposta di uno spritz o di un calice di Amarone, ha risposto: no, grazie, niente alcolici, fino a Natale, «ho fatto un fioretto...».










