Il destino della filosofa ebreo-tedesca Hannah Arendt (1906-1975), dopo la pubblicazione nel 1963 di La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, ovvero il suo reportage sul processo al gerarca nazista, svoltosi in Israele un anno prima, è quello di essere chiamata anch’essa, spesso da studiosi con la sua stessa origine, al banco degli imputati. Nel 2011 era stata Deborah Lipstadt, ebrea statunitense, a sostenere, con Il processo Eichmann (Einaudi 2014), che Arendt, con i suoi resoconti e ragionamenti intorno alla “banalità del male”, avesse costruito «una versione dell’Olocausto in cui l’antisemitismo ha un ruolo minoritario». Con la definizione di “banalità del male”, secondo i suoi critici, Arendt avrebbe mirato alla banalizzazione del crimine. In realtà, come essa stessa scrisse rispondendo a Gershom Scholem che l’accusò di aver creato uno “slogan”, secondo lei «il male è sempre e solo estremo, non “radicale”, e le motivazioni che spingono al male non vanno ricercate sul piano del profondo e del demoniaco. Esso può invadere tutto e devastare il mondo intero, precisamente perché si propaga in superficie come un fungo. Solo il bene haprofonditàe può essere radicale». In questo senso l’aver fatto di Eichmann un “mostro”, l’averlo posto sul banco degli imputati con intenti con non erano solo giuridici (affrancare il popolo ebraico dal ruolo di vittima), per Arendt rappresentò una commistione non salutare tra politica e giustizia.