Quando nel 1951 uscì Le origini del totalitarismo, Hannah Arendt, pur ben inserita nei circoli intellettuali e dell’emigrazione ebraica a New York, era quasi sconosciuta al grande pubblico. La sua formazione era stata infatti eminentemente filosofica: aveva studiato con Husserl e Heidegger e si era laureata con Jaspers con una tesi su Sant’Agostino.
L’avvento del nazismo aveva interrotto quella che si avviava ad essere una brillante carriera accademica nella sua Germania (era nata ad Hannover nel 1906). Rifugiatasi a Parigi, si imbarcò nel 1941 per gli Stati Uniti, che elesse da quel momento a sua patria ideale e reale. Non che ella lesinasse critiche al modello consumistico americano, al pari dei suoi amici Adorno e Marcuse con cui condivideva il destino dell’esilio. La critica però non l’accecava tanto da non farle prendere coscienza della differenza sostanziale fra gli ordinamenti liberaldemocratici e quelli che definì “totalitari”.
Assimilare sotto la stessa categoria comunismo e nazionalsocialismo destò allora scandalo in un mondo intellettuale che guardava con occhio benevolo all’esperimento sovietico. Chi era costei da potersi permettere di equipare il “male assoluto” e “radicale” dei lager con la ricerca idilliaca del “Sol dell’avvenire”? Arendt aveva capito che il totalitarismo era fenomeno del tutto nuovo, diverso dai vecchi autoritarismi: strettamente legato all’avvento delle masse sulla scena del potere, esso tendeva a conquistare le anime e i cuori dei sudditi e non semplicemente a dominare i loro corpi. Il totalitarismo non era la patologia sopraggiunta in un organismo sano, ma la degenerazione possibile e sempre dietro l’angolo della stessa democrazia, soprattutto quando essa dimentica l’elemento liberale che deve temperare e incanalare la spinta ugualitaria. Esso, inoltre, era, per Arendt, l’esito finale della metafisica, della volontà di ridurre il molteplice all’uno che segna tutta la storia occidentale.










