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La filosofa e scrittrice rimase sempre vicina a Israele ma non era quella la rivoluzione che avrebbe voluto

Quando Hannah Arendt morì, nel dicembre del 1975, Mary McCarthy, che era stata sua grande amica, la definì «affascinante, seducente, ma con oscuri abissi interiori dietro i raggi di intelligenza dei suoi occhi». Quando parlava, aggiunse, «sembrava di vedere in azione gli ingranaggi della sua mente».

La sua scomparsa, nemmeno settantenne, significava non solo il venir meno di una figura carismatica e insieme controversa, i cui libri, da Le origini del totalitarismo a La banalità del male, erano stati oggetto di infiammate polemiche. In realtà con lei scompariva un particolare tipo umano, testimone del tempo e insieme militante di una causa, intellettuale profondo, ma non per questo distaccato dall'attualità, cittadino del mondo, ma convintamente ebreo.