La lettera degli ex sindaci di Venezia - Bergamo, Cacciari, Costa, Orsoni - introduce un nuovo capitolo nella vicenda che da settimane scuote il Teatro La Fenice. Un intervento autorevole, scritto con il tono di chi ha amato e amministrato un’istituzione prestigiosa. Eppure, nel coro crescente di appelli, prese di posizione, distinguo e ammonimenti, una sensazione emerge chiara: la baruffa continua e non perché manchino le sedi per confrontarsi, ma perché la questione ha ormai superato i confini della semplice nomina.
Gli ex sindaci richiamano la “prassi consolidata” dei grandi teatri del mondo, secondo cui direttore musicale e orchestra dovrebbero conoscersi e lavorare insieme prima di un incarico formale. È un principio condivisibile, persino ragionevole ma il punto è un altro: la prassi non è una legge, non è uno statuto, non è un vincolo giuridico. È un’abitudine, nobile quanto si vuole, ma pur sempre un’abitudine. E quando una prassi diventa un totem, un’arma polemica, un dogma da brandire, smette di essere prassi e diventa qualcos’altro.
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