Tra la pace giusta, che è l’utopia parolaia per lavare le coscienze dell’Occidente, e la pace imposta con la sponda trumpiana da Est, l’Ucraina si dibatte nell’impossibilità di un’azione diplomatica. E non ne ha, soprattutto, la leadership politica di Kiev, dissanguata dagli scontri sul campo di battaglia e falcidiata dalla corruzione di palazzo arrivata fino ai piani più alti, non lasciando immune neppure la figura di Volodymyr Zelensky. L’eroe della resistenza anti-Putin è stato messo all’angolo dalla corte celeste di cui si era contornato, che arraffava a mani basse dal fiume di danaro e di aiuti di mezzo mondo.
Il dilemma del politico teorizzato da Henry Kissinger si ripropone nell’insalata russa della guerra nel Donbass: quando la conoscenza è minima il margine d’azione è massimo, quando la conoscenza è massima non c’è più alcun margine per un’azione creativa. La Casa Bianca diffonde vapori di ottimismo su un cessate il fuoco, la Russia non ha alcun interesse a congelare la situazione prima che l’inverno blocchi l’attività bellica, l’esercito ucraino non ha né la forza né la speranza di poter uscire dalla spirale strategica involutiva: niente superarmi a credito illimitato, niente riserve da cui attingere, niente allentamento della pressione nemica. Siano 28, siano 19, i punti che inchiodano gli sconfitti al prezzo della pace sono quelli.







