Ammesso che americani e ucraini stiano per raggiungere un accordo sul piano per mettere fine alla guerra, lo deve accettare la Russia. E Sergei Lavrov ha messo subito le mani avanti: siamo pronti a rifiutare le proposte americane se non rispecchiano lo “spirito di Anchorage”. Dove Vladimir Putin aveva ripetuto le draconiane condizioni russe: territorio da incamerare, “denazificazione” (cioè via Zelensky), ecc. Il ministro degli Esteri di Mosca, eclissatosi per un paio di settimane destando interrogativi sulla sua sorte politica, è così ricomparso in scena nel momento in cui riparte alla grande la diplomazia, che è quanto sa fare meglio. Anche se la sua diplomazia è quella del nyet, vecchia e gloriosa tradizione moscovita. Da grande professionista.
Usa-Ucraina: cosa prevede il piano per la pace
Dopo quattro anni di latitanza, la diplomazia rientra, in forze e per diversi canali, nella guerra russo-ucraina. Non è detto che vi metta fine. Il merito va senza dubbio a Donald Trump che, come in Medio Oriente anzi di più, ha dato uno scossone a una situazione incancrenita. Il gioco diplomatico vede in campo quattro attori che operano in maniera e condizioni molto differenti. La parte americana è movimentista, prende l’iniziativa usando metodi tanto efficaci quanto poco ortodossi, come i colloqui Witkoff-Dmitriev a Miami che producono 28 punti che sanno più di Cremlino che di Casa Bianca, e quelli di Daniel Driscoll, che è Segretario per l’Esercito, a Kiev con gli ucraini e, adesso, con i russi ad Abu Dhabi. Trump pilota a distanza ma non disdegna commenti via Truth Social.













