Per avere la pace anche in Ucraina un paio di cose sono da escludere: la missione di una Global Opir/Soprotivleniye Flotilla, per declinare la parola resistenza che fa sempre chic anche se non fa nulla; la mobilitazione di piazza e lo sciopero generale come ai bei tempi delle bandiere rosse e della Piazza Rossa, anche se il compagno Maurizio Landini non saprebbe che vessilli sventolare e contro chi. E poi all’ex compagno Vladimir Putin non andrebbero a genio né l’una né l’altra cosa: la prima la farebbe accogliere dalla Flotta del Mar Nero secondo il rude stile sovietico, la seconda non lo smuoverebbe di un passo dai suoi piani.
Gira e rigira, di fronte all’inconsistenza del nanetto afono europeo e dello stillicidio ucraino, l’unico a poter fare davvero qualcosa è il baubau della sinistra italiana, quel Donald Trump che si muove sugli scenari internazionali con la grazia di John Wayne nei saloon del Far West. Questione di rapporti di forza. Ci ha già provato a fare lo sceriffo nel summit in Alaska, terra di frontiera, esortando a posare il winchester, ma stavolta solo lui potrà alzare la voce sul riottoso e pervicace amico Vladimir che, pur blandito e accarezzato, non ha né promesso né raffreddato i venti di guerra e anzi li ha rinfocolati. Era scontato. E quando Bruxelles ha pigolato sugli sconfinamenti veri o presunti di aerei e droni, il molosso da guardia Lavrov ha abbaiato. Zitti e Mosca. È chiaro che ci vuole altro per fermare quel conflitto che non è né l’Operazione militare speciale per estirpare il nazismo in Ucraina, come ipocritamente sostenuto dalla propaganda russa, né tantomeno la difesa dei valori democratici europei, come avventurosamente spacciato dalla vulgata a dodici stelle.









