Nelle ultime settimane è emerso con grande chiarezza che quella dell’industria audiovisiva è una storia molto poco raccontata al di fuori della comunità degli addetti ai lavori. In realtà anche molti che ne fanno parte non sempre hanno chiari tutti i processi e le complesse dinamiche che influiscono sulla salute delle imprese e della sua filiera.

Nell’ultimo anno, il primo del mio mandato da Presidente dell’ANICA[1] , ho capito che è nostra responsabilità far conoscere meglio il settore: non solo al grande pubblico - che ovviamente è più concentrato sui titoli e sui personaggi famosi ma potrebbe essere interessato ad altri aspetti – ma agli stessi protagonisti dell’industria e soprattutto ai decision maker nelle istituzioni e agli animatori del dibattito pubblico. Mettendomi l’antico cappello di professore di economia posso dire che, in particolare negli ultimi dieci anni, quella dell’industria cinematografica e audiovisiva è una storia di successo. In questo sono aiutato dagli autorevoli economisti di Cassa Depositi e Prestiti, che in ben tre studi tra il 2022 e il 2025 hanno estratto dalla miniera dei dati pubblici e delle statistiche settoriali elementi a cui sarebbe necessario dedicare oggi una riflessione approfondita e ragionamenti nuovi. L’ultima occasione è stato il secondo Festival di Economia della Cultura, sabato scorso a Viterbo[2], con l’intervento di Massimo Rodà, Responsabile Scenari Macro e Geoeconomici di CDP.