Rustem Umerov sembra essere diventato l'uomo che il potere ucraino chiama quando bisogna ricostruire la fiducia dopo uno scandalo.
Era già successo nel 2023, quando Volodymyr Zelensky lo scelse per guidare il ministero della Difesa al posto di Oleksii Reznikov: travolto, pur non essendo direttamente coinvolto, dall'inchiesta sulle forniture militari gonfiate. E oggi il copione si ripete. Andriy Yermak finisce in un enorme caso di corruzione, si dimette e, ancora una volta, per guidare il dossier più delicato del Paese, quello dei negoziati con la Russia, Zelensky sceglie Umerov.
Tra i tanti fattori che lo rendono la risposta naturale, ci sono il suo sguardo pragmatico e il fatto che non appartiene a nessuna delle vecchie famiglie della politica ucraina. Ma è tutta la sua biografia a legarlo intimamente alle ferite della storia ucraina: quella di un tataro di Crimea, musulmano, nato in Uzbekistan, figlio di una comunità deportata in epoca sovietica e rientrata nella penisola solo dopo l'indipendenza. Quindi considerata ostile alla Russia.
Il suo percorso gli dà al tempo stesso un profilo credibile sul piano internazionale. Da anni, infatti, Umerov lavora sui diritti delle minoranze e sulla reintegrazione dei territori occupati ed è stato tra i promotori della 'Piattaforma Crimea', l'iniziativa diplomatica lanciata da Kiev per riportare l'attenzione globale sull'annessione del 2014. "So cos'è la reintegrazione e cosa significa l'occupazione temporanea", disse in un'intervista a Forbes.














