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Ultimo aggiornamento: 18:34

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza e i bonus edilizi hanno contribuito in maniera decisiva a quello che può essere definito un boom di occupazione nel Mezzogiorno negli ultimi quattro anni. A beneficiarne sono stati anche i giovani, con 100mila nuovi occupati under 35 dalla ripresa post-Covid a oggi. Eppure, questo non ha arrestato l’aumento dell’emigrazione, soprattutto di giovani laureati. Così come, nell’ultimo anno, al Sud non si è fermata la crescita del lavoro povero, spinto soprattutto dalla concentrazione di posti di lavoro in settori a bassi salari come il turismo.

Il quadro è tracciato nel consueto rapporto annuale della Svimez, associazione per lo sviluppo industriale del Mezzogiorno. Il rapporto è stato illustrato giovedì al Palazzo dei gruppi parlamentari dal direttore generale Luca Bianchi e racconta le solite contraddizioni dell’economia meridionale, portando anche un chiaro avvertimento: nel 2027, conclusi gli effetti del Pnrr, il Sud tornerà a crescere più lentamente rispetto al Centro-Nord, ponendo fine alla positiva anomalia di questi anni in cui è successo il contrario.

La grande occasione del Piano di ripresa è quindi stata sfruttata solo in parte. A fronte di una crescita sostenuta, non sono stati risolti i problemi sociali più sensibili, anzi in alcuni casi si sono persino aggravati. La crescita di occupati nel Sud, tra il 2021 e il 2024, è stata dell’8%, contro il 5,4% nel resto d’Italia. Tuttavia, dalle Regioni meridionali, sono emigrati nel triennio ben 175.333 persone con età compresa tra i 25 e i 34 anni, in aumento rispetto alle 167.693 andate via nei tre anni precedenti. Il Sud continua a perdere laureati attraverso un meccanismo che favorisce il Nord: nel triennio, 23.446 persone con un titolo universitario sono emigrate dal Sud al Centro-Nord, che quindi ha più che compensato la perdita di 10.847 laureati emigrati all’estero. Secondo la Svimez, la perdita di queste competenze costa 7,9 miliardi di euro all’anno al Sud.