La malattia? «Non tanto la sfiducia nella politica, ma l’idea che questa politica non serva e il mio voto men che meno». La cura? «Il buon esempio: rendere utile la partecipazione». Ne è convinto Vittorio Mete, ordinario di Sociologia dei fenomeni politici all’Università di Firenze e coautore con Dario Tuorto del saggio “Il partito che non c’è” (Il Mulino, 2025), che analizza le dinamiche dell’astensionismo elettorale in Italia e in Europa.
Insistete molto sull’attenzione ai «veri numeri dell’astensione». Che cosa intendete?
La percentuale di astenuti è ingannevole. Contiene al proprio interno tante cose diverse che è invece bene distinguere. Il giorno delle elezioni, per vari motivi, si trovano lontani dal seggio circa 5 milioni di elettori, pari al 10% del corpo elettorale. Principalmente lavoratori e studenti fuorisede. C’è poi un 15% di elettori iscritti all’Aire, che certamente non tornano in Italia per votare alle comunali o alle regionali. Entrambe queste categorie di elettori “ostacolati” sono più presenti nel Mezzogiorno che altrove. Depurare le liste elettorali delle diverse Regioni potrebbe allora riservare qualche sorpresa.
L’ultima tornata di regionali ha visto un calo medio del 14% della partecipazione al voto. Quali sono le cause della diserzione delle urne?











