VENEZIA - In trent'anni ne è passata di acqua sotto i ponti di Venezia. Fra una Repubblica e l'altra il mondo è cambiato, nel frattempo alle Regionali l'affluenza è crollata: 85% nel 1995, 75% nel 2000, 72% nel 2005, 66% nel 2010, 57% nel 2015, 61% nel 2020. Pareva un rialzo in controtendenza e invece contrordine votanti: 44,65% nel 2025, questa volta si è recato ai seggi meno di un avente diritto su due, mai così pochi nella storia.
«Anche il Veneto rientra nella tendenza di tutte le elezioni che abbiamo osservato in questi mesi, perdendo il primato di una terra di grande partecipazione, fatta di realtà associative dove l'attività pubblica la faceva da padrona, con il risultato di attestarsi sui livelli del Sud, dove storicamente si è sempre votato di meno», sottolinea Martina Carone, analista di YouTrend, consulente tecnico dell'Osservatorio elettorale a Palazzo Ferro Fini, mettendo in fila le possibili ragioni del cedimento. La protesta e la stanchezza, certo, ma anche il meccanismo antiquato di votazione e la percezione di una partita già decisa, per cui il flusso di mobilitazione ha riguardato proporzionalmente più l'area anti-sistema che si riconosce in Riccardo Szumski, rispetto al centrodestra di Alberto Stefani e al centrosinistra di Giovanni Manildo.











