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Ultimo aggiornamento: 13:13

All’inizio c’è stato il cosiddetto “piano di pace” stilato nella sostanza a Mosca e firmato dallo “sceriffo” di Washington. Un’accozzaglia di 28 punti, che nell’insieme non poteva che produrre sgomento e un certo disgusto, ma al netto di balletti e giravolte per distrarre e creare confusione confermava l’autentica bussola di Trump fin dall’insediamento segnata dall’aggressione a Zelensky nello Studio ovale e dal rito di sottomissione a Putin ad Anchorage. Eppure, per quanto fosse nell’aria una manovra a tenaglia per spartirsi le spoglie dell’Ucraina, liquidare Zelensky, indebolire e destabilizzare l’Europa, l’operazione è stata gestita con modalità e tempistica talmente calcolate per mettere in una condizione di massima difficoltà il popolo ucraino e i suoi alleati da essere difficile da prevedere.

Dopo il “proficuo” colloquio con cui Putin aveva riagganciato Trump e aveva spazzato via le precedenti aperture sui missili Tomahawak all’Ucraina, il 20 ottobre c’era stata la telefonata “andata male”, con tanto di annullamento del summit di Budapest, tra Lavrov e Rubio non consenziente sulla pretesa del riconoscimento a Mosca anche dei territori non conquistati in Donbass.