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Ultimo aggiornamento: 7:55
“Per me violenza è quando uno picchia. O quando urla proprio forte. Il resto… boh”, racconta a ilfattoquotidiano.it Samuele, 13 anni, Torino. Parla come parlano molti coetanei: la violenza riconosciuta è quella fisica, evidente. Il resto si confonde. “Se un ragazzo controlla la sua ragazza, secondo me è un modo per far capire che ci tiene”. Nei gruppi, racconta, “i ragazzi scrivono cose alle ragazze: fammi vedere la foto, non fare la difficile. Ma scherziamo, mica vogliamo far male”. Le ragazze, sostiene, “si offendono facile“. È un mondo dove la responsabilità scivola via, dove il limite coincide con l’esagerazione estrema. “Gli adulti non vivono il nostro mondo digitale. Alcune cose per noi sono normali“. Per capire cosa significhi crescere oggi nell’Italia dove ancora non è obbligatoria l’educazione sessuo-affettiva a scuola e in occasione della Giornata per l’eliminazione della violenza contro le donne, ilfattoquotidiano.it ha raccolto le voci di ragazze e ragazzi tra i 12 e i 18 anni, da diverse città d’Italia.
Le testimonianze dirette raccontano di una normalizzazione precoce, che nasce nei corridoi delle scuole medie, nei gruppi WhatsApp, nelle storie Instagram che scorrono lontano dagli occhi degli adulti. A confermarlo, anche i dati dell’ultimo sondaggio di ActionAid che disegnano una mappa inquietante: il 62% delle ragazze tra i 13 e i 24 anni riferisce molestie o attenzioni indesiderate, il 41% ha ricevuto foto intime non richieste, il 53% dei ragazzi non considera violenza controllo, gelosia o pressione psicologica. E non si tratta solo di comportamenti: anche le convinzioni che li accompagnano restano radicate. Un quadro confermato anche dall’ultimo report Istat: dal 2014 gli abusi sulle giovanissime sono raddoppiati.








