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Ultimo aggiornamento: 9:22
I leader di Pechino lo avevano detto tante volte: Taiwan è la “linea rossa” da non oltrepassare. Sanae Takaichi quella linea l’ha scavalcata ampiamente quando il 7 novembre è diventata il primo capo di governo del Giappone a ipotizzare pubblicamente un intervento militare di Tokyo in caso di attacco armato contro l’isola che Pechino rivendica come propria. Quell’affermazione, pronunciata con troppa leggerezza, è diventata l’innesco della peggiore crisi diplomatica tra i due Paesi asiatici degli ultimi tredici anni. Una crisi che il governo cinese non è disposto a fermare senza prima ricevere scuse formali.
Cosa ha detto Takaichi?
Parlando davanti a una commissione parlamentare, la premier ha dichiarato che un’aggressione manu militari di Pechino contro Taipei costituirebbe una “situazione di minaccia alla sopravvivenza” del Giappone, che pertanto potrebbe impegnarsi in un’azione militare a fianco di Washington nello Stretto. Uno scenario consentito – nonostante la costituzione pacifista adottata dopo la Seconda guerra mondiale – grazie a una legge introdotta nel 2015 dall’ex primo ministro e mentore di Takaichi, Shinzo Abe. Mai prima d’ora un primo ministro giapponese in carica aveva utilizzato un linguaggio tanto esplicito su un possibile coinvolgimento a difesa di Taiwan. Nemmeno Abe, che prima di farlo aspettò di rassegnare le dimissioni. Con la lady di ferro, Tokyo si allontana così dalla tradizionale “ambiguità strategica”, postura che – nonostante le gaffe di Joe Biden – gli Stati Uniti continuano ufficialmente a rispettare non confermando né negando un eventuale supporto militare a Taipei. Inutili le rassicurazioni sul rispetto del principio “una sola Cina”. Dire che “la posizione del governo rimane coerente” – come spiegato dalla premier – non basta ad alleggerire il significato simbolico di quelle parole.














