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Ultimo aggiornamento: 8:00

Avete mai sentito parlare di carbon bubble e stranded asset? Forse no, legittimamente. Basti dire che per la loro portata rivoluzionaria c’è chi ha proposto di assegnare il premio Nobel per l’Economia a chi ha introdotto questi concetti. Sono stati anche alla radice del movimento per il fossil fuel divestment, il più grande fenomeno dal basso di sempre nella storia della finanza etica.

Nel 2011 il think tank britannico Carbon Tracker, una non profit, pubblicò lo studio Unburnable Carbon. Il rapporto diceva che il mondo già allora aveva utilizzato una quota cospicua del carbon budget rimanente. Vale a dire della quantità di carbonio che può essere ancora emessa per mantenere il riscaldamento globale entro certi limiti, cioè il famoso +2°C rispetto all’era pre-industriale, poi acquisito dall’Accordo di Parigi del 2015.

Per stare dentro quel budget, si può bruciare solo una determinata quantità di combustibili fossili, mentre le riserve accertate di combustibili fossili scritte nei libri contabili delle società fossili eccedono di molto tale quantità. C’è dunque un eccesso di combustibili fossili che non si può bruciare e un eccesso di valore scritto nei libri contabili. Da cui la carbon bubble (bolla del carbonio), che prima o poi scoppierà, e gli stranded asset (investimenti incagliati) legati allo sfruttamento di quei combustibili fossili in eccesso, che prima o poi dovranno essere svalutati.