Ornella Vanoni gli aveva detto: «Devo prendere casa a Venezia perché a Venezia voglio morire». Sulle prime Claudio Nobbio, all’epoca direttore di prestigiosi alberghi in laguna, non le aveva dato poi tanta retta. Un po’ perché imperava la moda della morte in laguna dettata prima dal romanzo di Thomas Mann e poi rilanciata dal film di Luchino Visconti, un po’ perché la famosa cantante e attrice sprizzava vitalità da tutti i pori. Però, sì, era vero, di Venezia la signora Vanoni era davvero innamorata. Ce l’aveva con le grandi navi, era affranta dall’acqua alta, qui aveva trovato anche un amore. O, come raccontano le amicizie coltivate negli anni tra San Marco e Rialto, forse addirittura due. Il tutto mentre non si preoccupava di stupire i benpensanti e borghesi lagunari.
È il gennaio 1994 quando al Teatro Goldoni va in scena “Lettera ad una figlia” di Arnold Wesker, un racconto scenico in forma di lunga missiva che finisce con il trasformarsi in monologo interiore, intercalato dalle canzoni di Lucio Dalla, sui sensi di colpa di una madre poco presente. La protagonista è Ornella Vanoni e quando si alza il sipario le scappa un’imprecazione: «Mi avete rotto il c....o» (occhio: le cronache dell’epoca non si erano fatte scrupoli nel riportare la parola per esteso). Il sipario immediatamente torna giù, la platea applaude, gli elettricisti sono invece nel panico totale: colpa loro e dei loro “giochi” di luce se l’attrice si è indispettita.













