Il 1975 è stato innegabilmente un anno d’oro per il cinema. Qualcuno volò sul nido del cuculo, Barry Lyndon, Quel pomeriggio di un giorno da cani, Lo squalo, sono le opere che si sarebbero poi contese i tanto ambiti premi Oscar l’anno successivo. Opere che parlano di alienazione, libertà personale, disillusione, ribellione, ossessione per il controllo, riflettendo in modo radicale i cambiamenti di una società in fermento. Fu un annata particolarmente florida e determinante, un periodo in cui il cinema sperimentava, osava spingersi oltre i confini narrativi tradizionali e affrontava tematiche sociali con un’intensità nuova. Nel 1975 le sale cinematografiche si riempivano di storie che tentavano di riflettere la complessità del mondo contemporaneo, attraverso individui tormentati, contraddittori, spesso alla deriva, esattamente come Randle Patrick McMurphy, interpretato da Jack Nicholson.Qualcuno volò sul nido del cuculo, che compie 50 anni, è un’opera che non ha avuto una semplice realizzazione. Il bestseller di Ken Kesey, che lo aveva scritto basandosi sulla sua esperienza diretta, aveva suscitato numerosi tentativi di trasposizione cinematografica nel corso degli anni, primo tra tutti da Kirk Douglas, che acquistò i diritti per poi portarlo a teatro. Tuttavia, nessuno voleva rischiare: le tabelle dei profitti di Hollywood mostravano chiaramente che nessun film sulla malattia mentale aveva mai avuto successo commerciale.Eppure il libro di Ken Kesey, un fenomeno editoriale che “contiene l’essenza profetica di tutto il periodo della rivoluzione in Vietnam che diventa psichedelica”, secondo Pauline Kael, finì sulla scrivania di Miloš Forman, accompagnato da una lettera di due produttori, Michael Douglas e Saul Zaentz. Quando Forman lo lesse ne comprese lo spessore, e ci intravide qualcosa di sé, della sua storia. Nonostante la trama orbitasse attorno a un paziente in degenza in un reparto psichiatrico, Forman lesse quella storia come la rappresentazione più vivida del suo Paese e della vita che lui aveva vissuto in Cecoslovacchia, subendo per anni l’ortodossia comunista dell’epoca, che assunse i contorni dell’infermiera in quell’ospedale psichiatrico, il volto istituzionale che dettava la linea di pensiero, di comportamento, di linguaggio, e finanche quel finale, che diventava il sogno lucido di ogni giovane come lui, che incarnava il desiderio di afferrare qualcosa di pesante e sfondare il filo spinato che circondava ogni cosa.Alienazione e resistenzaLa storia ci porta nella vita di Randle Patrick McMurphy, un uomo che viene ricoverato nell’ospedale psichiatrico sotto la direzione del dottor John Spivey, il quale gli spiega che dovrà rimanere lì per essere osservato e valutato, al fine di accertarne la reale sanità mentale. McMurphy va ad affiancare un numero cospicuo di pazienti come lui gestiti e controllati dall'infermiera Mildred Ratched (la straordinaria Louise Fletcher, che vinse l'Oscar come miglior attrice). La forza, il carisma e la ribellione di McMurphy portano fin da subito un ribaltamento nel reparto: tutti sono conquistati dalla sua personalità travolgente, e pian piano cominciano a mettere in discussione l’autorità che controlla il gruppo, l’infermiera Ratched una donna sadica che gode nell’esercitare il proprio potere su tutto e tutti.Il nido del cuculo del titolo è un’espressione usata nel gergo americano per indicare il manicomio, o la pazzia, espressione che è basata sul fatto che il cuculo è un uccello noto per non costruire il proprio nido ma per deporre le uova usando i nidi di altri uccelli. Nel film, il manicomio diventa il vero nido, un luogo chiuso, ovattato, dove i pazienti sono come uova tenute al sicuro, o forse in ostaggio. Il cuculo è la società, che depone lì ciò che non vuole vedere, allontanando dal proprio campo visivo chi non si conforma. Temi che sono assolutamente centrali nel capolavoro di Miloš Forman, che sceglie di investigare la vita dei pazienti di un ospedale psichiatrico, e che inizialmente inquadra la monotonia del reparto, e l’apparente tranquillità di tutti i giorni, tra partite a carte, terapia di gruppo, gestita dall’infermiera Ratched, e poche ore all’aria aperta.Se da un lato può essere letta come una parabola della vita sotto il comunismo, dall’altro sia il romanzo che il film rappresentano una critica feroce al disagio, all’alienazione e alla coercizione presenti negli ospedali psichiatrici, al modo in cui quelle strutture si configuravano come luoghi estremamente repressivi, destinati a richiudere persone incapaci di conformarsi, incapaci di inserirsi nelle logiche comuni, ad adattarsi alle norme e alle relazioni sociali. Soprattutto è critico verso le brutali pratiche dell’elettroshock e verso gli abusi psicologici di un’infermiera crudele, che durante le sedute di terapia di gruppo costringe i pazienti a esporre pubblicamente le proprie fragilità con un sadismo cinico e gelido. Sarà proprio la presenza di McMurphy a sparigliare ogni carta, a rompere il rituale. Sarà la sua ironia, la sua insistenza nel contestare quella liturgia crudele, a trovare negli altri pazienti la forza di esprimere il propio disagio, il proprio dissenso, trasformando l’aula in un caos di proteste.Amicizia e rivoltaIn Qualcuno volò sul nido del cuculo sfila una galleria di personaggi indimenticabili, interpretati da attori allora quasi esordienti destinati a diventare volti celebri del cinema internazionale. C’è Martini, a cui dà vita un giovane Danny DeVito; Taber, interpretato da Christopher Lloyd, futuro Doc di Ritorno al futuro; il fragile e timoroso Billy Bibbit, reso memorabile da Brad Dourif; lo stralunato Frederickson interpretato da Vincent Schiavelli, e l’imponente “Grande Capo” Bromden, il gigantesco nativo americano impersonato da Will Sampson. L’amicizia tra Bromden e McMurphy diventa il fil rouge che tiene insieme l’intera pellicola, un rapporto che cresce in silenzio, come una corrente sotterranea, come un fulmine silenzioso. Il Grande Capo è un osservatore attento, coglie ogni gesto di McMurphy pur non facendosi vedere, fingendosi sordo-muto è libero di schermarsi, di fuggire dalle terapie, ma in realtà coglie tutto. Quell’amicizia così improbabile porterà il vero segno indelebile del film, due uomini considerati inadatti, desueti, strambi, non funzionanti, scoprono di essere l’uno la misura dell’altro, l’uno la dinamo dell’altro, una piccola fonte di energia che alimenta l’altro.McMurphy non è un eroe, è un uomo fallibile, irresponsabile, riottoso, e Jack Nicholson lo interpreta in maniera magistrale, intensa, incarnando una figura che, come Alex DeLarge di Arancia meccanica, ribalta completamente il punto di vista morale tradizionale. Forman guarda con evidente riconoscenza al capolavoro di Kubrick, considerando che anche qui il protagonista è un personaggio moralmente discutibile. Ma ciò che sottende questo film, la domanda centrale vera non riguarda tanto la sua colpevolezza, quanto la natura dell’autorità che si arroga il diritto di rieducarlo.Qualcuno volò sul nido del cuculo ci dice a gran voce che nessuna autorità è davvero intoccabile, che è sempre possibile ribaltare un sistema, che niente è inviolabile. Per Forman, l'ospedale psichiatrico diventa un esempio perfetto del conflitto tra istituzione e individuo, tra conformismo e libertà, tra alienazione e emancipazione. Ed è per questo che l’infermiera Ratched, comprendendo fin da subito la pericolosità di McMurphy, comprendendo che quell’uomo è un catalizzatore, che con la sua attitudine sta erodendo la struttura del suo potere, e che la comunità dei pazienti sta scoprendo la possibilità di essere qualcosa di più, qualcosa di diverso dalla propria diagnosi, si esprime esattamente come accade nella realtà. Il sistema reagisce con violenza e, percependo quella libertà come una minaccia alla propria esistenza, trasforma McMurphy nel nemico, nell’individuo da neutralizzare e annientare.Il finale però non ci lascia nella più totale desolazione, perché quel di cui parla questo film non è una battaglia personale. È la contrapposizione sempiterna tra chi si arroga il diritto di definire la normalità, e chi rigetta ogni protocollo, ogni catalogazione, ogni misura. Miloš Forman ci suggerisce che nessun recinto è eterno, che ogni sistema ha una crepa e che basta un uomo per trasformare una fenditura in un muro in un varco aperto a tutti.
Qualcuno volò sul nido del cuculo compie 50 anni, un capolavoro che ancora ci interroga sul potere
Il film di Miloš Forman ci dice a gran voce che nessuna autorità è davvero intoccabile, che è sempre possibile ribaltare un sistema, che niente è inviolabile








