Il 1975 non è stato solo un anno effervescente perla società italiana, in quella formidabile annata è stata approvata la riforma del diritto di famiglia portando così alla parità giuridica dei coniugi, ma è stato anche il momento in cui il cinema italiano ha perso l’età dell’innocenza. Il 15 agosto di 50 anni fa, allora l’estate era anche questo, fece irruzione nelle sale cinematografiche “Amici miei”, film pensato da Pieto Germi, ma realizzato da Mario Monicelli, per un’anteprima della stagione. Il successo di pubblico e di critica arriverà nell’autunno dello stesso anno. Ma quell’antipasto di celluloide, frizzante come un Prosecco Doc, fu davvero un’epifania di risate - amare certo - sostenuta dal trionfo dell’ironia e del sarcasmo, quest’ultime variazioni sul tema della narrazione non sempre decifrate al volo dai non toscani. Ma come per tutte le cose buone il palato deve elaborare i vari sapori, prima di emettere il giudizio.
Nonostante tutto ciò, o forse a ragione di tutto questo, che Amici miei fosse destinato a cambiare i connotati del cinema italiano lo si capì sin dalla prima visione. Le “zingarate”, il conte Mascetti, la supercazzola, la malinconica allegria del Perozzi o l’amabile cattiveria del Sassaroli, per non parlare delle poetiche figure del Necchi o del Rambaldi, rimatori in versi, sono diventati un patrimonio dell’umanità dal quale è impossibile affrancarsi, al punto da portare nel cuore, non solo la scena preferita, ma anche l’epica di un mondo senza tempo dove tutti sono protagonisti e comparse. E pure le figure scomparse sono vive. Con Amici miei tutto questo è succceso, riscrivendo la grammatica del cinema e della commedia all’italiana, consegnando agli archivi della storia del cinema (buoni per le repliche estive magari) i musicarelli degli anni sessanta e i poliziotteschi della stessa decade di Amici Miei. Per questo, a 50 anni esatti di distanza dalla prima ferragostana del 1975, Amici miei merita non solo la celebrazione della ricorrenza, ma la consacrazione definitiva nel partenone del nostro cinema, spostando film, regista nel punto più alto.









