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Ultimo aggiornamento: 7:55
di Rosamaria Fumarola
Mario Monicelli il cinico. Non so quante volte pensando al regista di Amici miei, la celeberrima pellicola che oggi compie cinquant’anni, me lo sono immaginato così, come un uomo per il quale niente di ciò che gli altri dicevano poteva cambiare la condizione umana. Era quel genere di individuo per cui non vi è parola che possa cambiare lo stato delle cose, da cui nessuna speranza può levarsi, nemmeno leggera come una piuma. In tutti i suoi capolavori è infatti parso convivere con la disillusione come certe coppie da separate in casa: non si sopportano ma per qualche motivo accettano di essere costrette a rimanere sotto lo stesso tetto.
Nella sua convivenza obbligata era però riuscito ad imporre una terza presenza: il set cinematografico, dove l’assurdo e il surreale avevano spazio e trovavano voce muta nelle labbra piegate in un sorriso. Ho sempre pensato a quel sorriso come una visita consentita alle suore di clausura: fuori contesto, incapace di sollevare dalla solitudine, eppure caritatevole. Sì, l’ironia nell’arte di Monicelli è caritatevole. È come il piatto di pasta alla mensa dei mendicanti, che non ti fa morire di fame ma non per questo fa di te un essere umano meno povero. Proprio quel terzo ospite, il cinema, gli ha consentito di non avere con la disillusione un rapporto sempre diretto.







