Psycho di Alfred Hitchcock, a 65 anni dalla sua uscita in sala, rimane un titolo semplicemente fondamentale nella storia del cinema, uno di quei film capaci di attraversare epoche, cambiamenti e stravolgimenti della industry e della società, senza perdere un briciolo della propria importanza. Quel 16 giugno 1960 infatti, ad uscire in sala non fu un film solamente, ma una vera e propria rivoluzione, un nuovo modo di definire la paura.Un film che ha infranto ogni regola della settima artePsycho di Alfred Hitchcock è un film che ha avuto un impatto così profondo, ed in modo così conclamato, che parlarne significa bene o male sempre correre sulla lama di un rasoio, il rischio è di lasciare qualcosa in disparte, dell'immenso patrimonio che rappresenta. Alfred Hitchcock creò qualcosa capace di essere motore di un rinnovamento, di illuminare l'horror di una nuova essenza, di rinnovarne semantica e linguaggio. La verità, è che parlare di Norman Bates, di quel motel che diventa simbolo stesso della follia, il centro di un iter connesso al tema del doppio, della concezione di sé, della contrapposizione nel senso più universale, significa parlare di un film capace di ritagliarsi una dimensione propria, un classico diverso da tutti gli altri. Alfred Hitchcock, come successo altre volte, crea il suo Psycho basandosi su un romanzo, scritto da Robert Bloch. Come altre volte, liquiderà la fonte primaria (poi rimaneggiata da Joseph Stefano) in modo alquanto sprezzante e sufficiente.Lo farà sia prima (per avere i diritti a poco prezzo) che dopo l'uscita del film (per rivendicare il successo gigantesco). Ma in quelle pagine, c'è comunque ciò che serve a Hitchcock per creare una delle descrizioni più raggelanti e realistiche del concetto di follia, di violenza urbana. Psycho è in parte legato alle tristi imprese del serial killer Ed Glein, noto alle cronache qualche anno prima che tale termine venisse coniato. Psycho, arrivato dopo capolavori come Intrigo internazionale, La donna che visse due volte e L'uomo che sapeva troppo, è un altro monumento alla straordinaria abilità con cui Alfred Hitchcock utilizza e assieme cambia completamente il linguaggio cinematografico. Ma è anche il film dove più di tutti spinge sull'acceleratore nell'approfondire la costruzione della suspence, nel sovrapporre lo sguardo dello spettatore a quello dei personaggi, nel mascherare le proprie intenzioni, con colpi di scena assolutamente incredibili.Dall'11 giugno al cinema, il film horror norvegese di Kjersti Helen Rasmussen è un angosciante catalogo di parasonnie dagli inquietanti risvolti soprannaturaliPsycho è fin dall'inizio un film in cui il regista londinese si diverte ad ingannare, depistare, lo spettatore, mentre rompe ogni equilibrio, ogni regola fino allora decretata sacra dalla cinematografia e soprattutto dalla narrazione popolare della settima arte. Ad Alfred Hitchcock non interessava essere conservativo o accomodante con il grande pubblico, lui voleva stupirlo, lasciarlo a bocca aperta, cambiare le regole del gioco. Il film fin dal primo minuto distrugge ogni tabù, sia cinematografico che culturale, e si regge sul continuo contrasto tra verticale ed orizzontale, tra alto e basso, tra ombra e luce. Lo fa con un elegantissimo bianco e nero, che se inizialmente era una scelta meramente commerciale, per evitare di mostrare il sangue e incappare nella censura, poi egli utilizza in modo sagace, per donare un'inquietante eleganza gotica all'insieme. I primi 50 minuti di Psycho sono semplicemente geniali per il trabocchetto che nascondono, per come Hitchcock crea una tela in grado di imbrigliare l'occhio dello spettatore.Egli mira ad illuderlo che il film sia un crime dalle venature leggere. Abbiamo Marion, una giovane e bella segretaria, che inganna il suo amante e datore di lavoro, Sam Loomis (John Gavin) e fugge con 40mila dollari. Marion ha la bellezza sensuale e graffiante di Janet Leigh, Hitchcock scandalizza tutti guidandoci dentro una camera dove tra i due si è appena consumato un rapporto sessuale. Poi ecco che la seguiamo nella sua fuga, attraversata da una tensione crescente, con quel poliziotto che sinistro e minaccioso la ferma, poi quella tempesta che la costringe a fermarsi lì, in quel motel abbandonato. Anthony Perkins, uno dei volti normalmente gentili del cinema americano di quegli anni, ancora oggi, dopo 65 anni, raggela per la straordinaria abilità con cui tratteggia il suo Norman Bates. La madre con cui dice di vivere è solo uno spettro dentro la sua mente, l'ha uccisa anni prima per gelosia, per quel complesso di Edipo che, ci viene spiegato nel finale, ha infine creato in lui una sovrapposizione di identità.Una nuova concezione di violenza e di orrore cinematograficoPsycho è uno dei primi film a parlarci in termini psicoanalitici della follia omicida, a tratteggiare quindi, un quadro clinico che celebra il rinnovamento del genere, che da lì a una quindicina d'anni renderà i serial killer i nuovi, veri, grandi protagonisti dell'horror. Hitchcock celebra il suo amore per il macabro, il caso crudele, l'imprevedibilità e il conflitto anti-manicheo con quella scena pazzesca dell'omicidio di Marion. C'è quel violino che accompagna follemente la sua morte (ad oggi la più famosa della storia), c'è quel montaggio folgorante, il coltello, la tenda della doccia, il suo urlo disperato. Sequenza violentissima pur se priva dell'atto in sé, ma Hitchcock sa che l'occhio e la mente sono collegati, che l'evocazione più potente si basa sull'ignoto, il visto/non visto. Non gli importa poi tanto dello sviluppo della trama, neppure dei personaggi, gli importa legare per quanto possibile lo sguardo dello spettatore a quello delle cinepresa e sovrapporlo a quello di Marion, del killer.Nessuno prima di allora si era neanche lontanamente azzardato a far fuori la protagonista dopo 45 minuti. Psycho in quell'istante diventa un horror, ci lega al destino di Norman, che deve vedersela con Lila (Vera Miles), sorella di Marion, e Sam (John Gavin), giunti in zona per capire dove è finita la ragazza. C'è anche un Detective privato, Milton Arbogast (Martin Balsam), giunto anche lui a caccia di notizie. Norman ucciderà anche lui, poi andrà incontro al suo destino in un'altra sequenza incredibile, un montaggio alternato dove a Norman e Sam che parlano di facezie, fa da contraltare Lila che scopre il segreto di Norman. Realtà e apparenza, la verità sfugge agli occhi. Lo sguardo domina anche nei tanti specchi che Hitchcock usa nel film, simbolo di quell'introspezione, del suo rovello interiore, che è anche il nostro. Sappiamo già che c'entra il motel di Norman con il delitto, ma per qualche strano motivo lui lo escludiamo.Il regista francese di Il quinto elemento torna a dirigere Caleb Landry Jones dopo Dogman nella rivisitazione del mito del celebre vampiro e della sua storia d'amore immortale in un film che verra distribuito a fine luglio in FranciaPsycho è la vivisezione della violenza che si nasconde dentro la nostra mente, del dramma dietro la quotidianità più banale, anche più squallida se vogliamo. Il focolare domestico viene demolito e con esso, anticipando di un bel po' Halloween di John Carpenter, anche il concepirlo come rifugio sicuro, lo stesso dicasi per la famiglia e la figura materna. Lì, nello scantinato, c'è il cadavere della vera signora Bates, morta come lo sono gli uccelli (curiosa premonizione) impagliati in quel motel, sorta di tempio dei sacrifici. Con Psycho, Alfred Hitchcock celebra, in modo sfacciato, il legame tra eros e violenza, con un racconto di peccato e di espiazione in termini quasi religiosi, ed in cui anche gli elementi, l'acqua in particolare, simbolo da sempre di caos, instabilità, hanno un ruolo chiave nel suggerirci l'incertezza e mancanza di punti saldi. Norman Bates, che pensavamo figlio devoto, quel sorriso furbo e folle, da 65 anni ci fa gelare il sangue. Ad oggi, uno dei villain più influenti, potenti e affascinanti che siano mai stati concepiti sul grande schermo.Non deve quindi poi stupire che Psycho abbia avuto un sequel, uno spin-off, un intelligentissimo e purtroppo incompreso remake firmato da Gus Van Sant, una serie televisiva e molto altro. Sarà il più grande successo commerciale per Alfred Hitchcock, sarà anche un titolo capace di rivoluzionare la storia del cinema, il suo linguaggio come del resto altre volte aveva fatto il regista. Ma, soprattutto, Psycho suggerisce un orrore ben più visivo, inquietante, legato alla quotidianità e ad una società che, Alfred Hitchcock l'ha capito, ormai sta familiarizzando così tanto con la violenza, da vederla quasi come irrinunciabile anche all'interno della propria vita. Psycho ad oggi è sia un classico, che un film capace di rivendicare una modernità probabilmente senza paragoni. Non semplicemente un monumento della settima arte (come a volte lo si potrebbe liquidare) ma una manifestazione della sua potenza, della sua capacità di colpirci nel profondo, di quanto amiamo avere paura perché attraverso di essa siamo sicuri di esorcizzare il male nella nostra vita.
Psycho e i 65 anni della rivoluzione definitiva dell'horror, il film che fu capace di riscrivere la paura
Il 16 giugno del 1960 usciva in sala il capolavoro di Alfred Hitchcock, ancora oggi uno dei film più influenti e importanti mai concepiti







