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Ultimo aggiornamento: 7:30
di Leonardo Botta
Cos’hanno in comune Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Rocco Chinnici, Rosario Livatino e Antonino Saetta? Com’è tristemente noto, furono magistrati barbaramente trucidati da Cosa Nostra. Ma non è l’unica caratteristica che accomuna questi eroi della lotta alla criminalità organizzata: tutti loro sono stati, nella loro carriera professionale, sia giudici che pubblici ministeri, sapendo ricercare giustizia e verità da qualunque posizione essi assumessero, fosse essa inquirente o giudicante. Una condizione che, se passasse questa riforma della magistratura voluta dal governo Meloni e dalla maggioranza parlamentare (e avallata anche da qualche partito di opposizione), verrebbe definitivamente superata (già al momento, nella gran parte dei casi, lo è già).
E sapete qual è, in Italia, la percentuale di condanne per reati dei “colletti bianchi” (corruzione, frode, peculato, truffa, appropriazione indebita, traffico d’influenze ecc.) rispetto al totale? Meno dell’1%, mentre la media in Europa supera il 6% (in Germania siamo addirittura al 13). Eppure l’Italia è una nazione in cui la corruzione permea fortemente la società (lo dimostrano indici come il Golden-Picci, che misura il costo delle opere pubbliche rispetto ad altri paesi).







