Il nuovo termine descrive il comportamento (diffuso) di chi a un certo punto decide di restare con il partner senza più investire nel rapporto. C’è e non c’è, come l’arte effimera dello street artist Bansky

di Olga Noel Winderling

Un nuovo termine rimbalza sui social per descrivere una pratica di relazione tossica: si tratta del banskying, termine che chiaramente allude al celebre street artist britannico noto per opere caratterizzate dalla caducità, fugaci ed effimere. Come significa, tradotto nei termini di una relazione?

Fa banskying chi a un certo punto della relazione mette il cuore in folle senza lasciare il partner e senza restare davvero connesso. Accomodandosi in un territorio sospeso: non vale più la pena investire energie, ma nemmeno si ha il coraggio - o la forza - di attivare il processo di chiusura. Così, smette di alimentare il rapporto e aspetta, magari, che sia l’altro ad assumersi la responsabilità della rottura.

Non si tratta di una dinamica rara. “Di fronte al conflitto, le persone possono reagire in quattro modi diversi”, spiega Paolo Vergnani, psicologo a Bologna. “C’è chi tendenzialmente lo cerca (gli aggressivi), chi cede, chi manipola e chi evita. In questo caso, invece, siamo di fronte a una via di mezzo: l’evitamento dello scontro, che però scivola anche nella manipolazione”. Perché inevitabilmente si finisce per indebolire l’altro, negando l’evidenza e alimentando il gaslighting: “non è cambiato nulla, è solo una tua impressione”.