COMO. Un teatro che mette in scena “I Puritani” va in cerca di guai. L’ultima opera di Vincenzo Bellini (1835) è notoriamente pericolosissima. Bellini aveva litigato con il suo librettista titolare e titolato, il grande Felice Romani, e così per il suo debutto parigino dovette ricorrere al conte Carlo Pepoli che faceva l’esule lì dopo i moti del ’31 e un passaggio nella Legione straniera. Pepoli era un gran signore, dedicatario di un’epistola in versi del suo amico Giacomo Leopardi, dopo l’Unità anche sindaco di Bologna, deputato e senatore del Regno. Però scriveva dei versi orrendi, e passi, nei libretti non è indispensabile che siano belli, ma soprattutto non aveva alcuna esperienza di teatro né le qualità per improvvisarla. E così servì a Bellini, che aveva perfettamente capito che Pepoli non capiva, un testo drammaturgicamente debolissimo, che potrebbe funzionare solo come teatro dell’assurdo, protagonista una psicolabile che perde e ritrova la ragione per quattro volte, a seconda che il tenore se ne vada o torni. Il tutto in una fortezza puritana dove si prega e si combatte full time, governata da un basso che è il papà della pazza a tempo ma dove curiosamente lei e gli altri interloquiscono con un altro basso, fratello del precedente e dunque zio della misera (lo sdoppiamento del basso è una delle tante stranezze del libretto, ma da sempre quella che mi rende più perplesso). A questo guaio si aggiunge quello solito con Bellini: l’estrema difficoltà della scrittura vocale che, nel caso del tenore, arriva all’incantabile, almeno se le note scritte le si vogliono fare tutte. Il problema è insolubile, perché la parte di Arturo fu scritta per Giovanni Battista Rubini, il più importante tenore della storia dell’opera, che cantava con una tecnica vocale oggi più estinta dei dinosauri, quindi irrecuperabile (aggiungo fra parentesi che lo stesso problema si porrebbe per Riccardo, soi-disant baritono. Ma il baritono, nel 1835, ancora non esisteva: si parlava di “basso cantante”, e in effetti il cavallo di battaglia di Antonio Tamburini per il quale fu scritta la parte era Assur in “Semiramide”. Oggi nessun Assur canta Riccardo, semmai lo fanno dei Rigoletti… Però non vorrei frastornare il lettore).
Questi "Puritani" ricordano tanto Trump: a Como l'ultima opera di Bellini in una bella regia di Menghini
Al netto di qualche scena di violenza un po’ troppo insistita, lo spettacolo è una soluzione possibile a un’opera impossibile







